Il calcio è un fenomeno identitario, sociale ed economico: già negli anni Trenta mobilitava e condizionava un numero di persone ben superiore delle altre pratiche sociali. Il Mondiale è la manifestazione più importante per quanto riguarda il calcio. Nato nel 1930 con la prima edizione disputata in Uruguay, a cui parteciparono solo quattro squadre, è diventato man mano un fenomeno planetario che coinvolge, dalla fase di qualificazione, la quasi totalità delle nazioni del mondo. Per avere un’idea di quanto il Mondiale sia un fenomeno di massa universale basti pensare al fatto che l’edizione del 2018 ha avuto 3,26 miliardi di persone che hanno assistito ad almeno un minuto di una partita, più della metà della popolazione mondiale (51,3%).
La storia dei Mondiali di calcio è a anche storia politica, con questo sport che è uno degli ambiti privilegiati sui quali la cultura di massa e la politica si incontrano, condizionandosi a vicenda. La struttura stessa della Coppa tende a perpetuare la raffigurazione di un mondo diviso geograficamente e socio-politicamente in Stati-nazione in competizione fra loro che, assieme alla proposta di una semantica nazionale fatta di inni, stemmi e bandiere, contribuiscono a riprodurre un’immagine di nazione che tende a negare quei fenomeni di denazionalizzazione, de-etnicizzazione e deterritorializzazione spesso presenti all’interno degli Stati. La vittoria finale, ad esempio, può provocare un’esplosione di emozioni e passione nazionale, in cui i campioni del mondo vengono celebrati come simboli di unità ed eccellenza della nazione (ad esempio, la squadra italiana campione del mondo nel 2006 ha ricevuto l’onorificenza del Presidente della Repubblica italiana di Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana).
A capo del tutto vi è la FIFA, l’organizzazione internazionale che gestisce il calcio e organizza il Mondiale. La FIFA è al tempo stesso un’arena e un attore delle relazioni internazionali. È un’arena perché al suo interno le singole federazioni, spesso in rappresentanza dei governi, portano i vari interessi nazionali ed è per questo che fin dall’inizio ha voluto affermare il suo principio di apoliticità, ovvero l’idea che ogni decisione o documento sia depurato da qualsiasi riferimento alla politica; anche se a volte, soprattutto durante il Mondiale, l’intervento politico dei governi è incoraggiato. È un attore, invece, perché grazie al suo ordinamento autonomo e a un’indipendenza economica non indifferente (ha un budget di 6,4 miliardi di dollari), in determinati contesti, è in grado di trattare alla pari con i governi. Uno di questi è quello del riconoscimento sportivo di una federazione nazionale, poiché mettere in campo una selezione di calcio è uno dei più semplici ed efficaci modi per autoaffermare la propria esistenza geopolitica come Stato nazionale. Un altro di questi momenti è sicuramente l’assegnazione della Coppa del Mondo, per la quale i leader mondiali si spendono personalmente e devono anche concedere autentiche porzioni di sovranità. La scelta del Paese organizzatore è un atto politico: nel 1930 la prima edizione venne attribuita all’Uruguay, che aveva fatto pressione per inserire l’evento nei festeggiamenti per l’indipendenza; con l’organizzazione congiunta del 2002, Corea del Sud e Giappone hanno voluto celebrare simbolicamente la loro riconciliazione dopo decenni di grandi tensioni, seguiti all’occupazione coloniale giapponese.
Il 2 dicembre 2010 vennero assegnati a Zurigo dalla FIFA i Mondiali del 2018 alla Russia, che ebbe la meglio sulle candidature di Spagna e Portogallo, Paesi Bassi e Belgio e su quella dell’Inghilterra. L’assegnazione scatenò le polemiche della federazione inglese, che accusò alcuni membri comitato esecutivo FIFA di corruzione, mentre venne accettata con grande soddisfazione dalla FIFA che, soprattutto dopo i problemi riscontrati in Brasile nel 2014 stava acquisendo sempre di più l’idea secondo cui i regimi autoritari fossero più efficienti nell’organizzazione: nel 2013 il segretario generale della FIFA Jérôme Valcke, esasperato dai ritardi brasiliani, dichiarò che “quando c’è un capo di Stato forte che può prendere decisioni autonomamente, come Putin, è più facile per noi organizzatori. Meno democrazia a volte è meglio per organizzare una Coppa del mondo”.
La decisione di Mosca di organizzare i Mondiali del 2018 rientra in una più ampia strategia in cui lo sport è stato usato per rispondere a tre esigenze primarie: rafforzare l’immagine internazionale della Russia, definire le priorità dello sviluppo regionale e infine mantenere il sostegno delle élite politico-economiche e delle masse. I Mondiali di calcio rappresentano l’ultimo evento di un decennio (2007-2018) in cui il Paese ha ospitato importanti eventi sportivi internazionali, come i Mondiali di atletica, nuoto, hockey su ghiaccio e le Olimpiadi invernali di Soči. Decennio in cui la Russia ha dovuto affrontare non pochi problemi, sia dal punto di vista della politica internazionale che sportivo. Innanzitutto lo scandalo doping che ha coinvolto lo sport russo, seguite alle confessioni del medico responsabile del laboratorio antidoping di Soči, Grigory Rodchenkov, che ha portato alla relazione di rapporto della WADA (l’agenzia mondiale antidoping), secondo cui i vertici governativi avevano messo in piedi un vero e proprio sistema di Stato a supporto del doping russo. In seguito, di fronte alle sempre maggiori evidenze, nel dicembre 2017 è arrivata la decisione del CIO di sospendere il Comitato olimpico russo, con Mosca che non ha voluto forzare più di tanto la mano per la volontà di preservare l’organizzazione dei Mondiali di calcio, che era stata messa in discussione (nel dicembre 2019 la Russia è stata espulsa dalla WADA per altri quattro anni dalle Olimpiadi e dalle principali competizioni sportive, ndr). Dal punto di vista internazionale, invece, i problemi sono arrivati innanzitutto dalla crisi economica: il crollo del prezzo del petrolio (in un’economia fortemente dipendente da esso), unitamente alle sanzioni accordate dai paesi Occidentali per l’annessione della Crimea, hanno portato al crollo del rublo, facendo entrare così la Russia in un periodo di recessione che è durato dal 2014 al 2016 (-2% del PIL nel 2015) e che ha portato non poche difficoltà all’organizzazione dei mondiali).
Per poter organizzare un mondiale la FIFA chiede dei requisiti molto stringenti per le infrastrutture, che riguardano stadi, impianti per squadre e arbitri, alberghi, trasporti e mobilità, attrezzature e spazi per le telecomunicazioni e spazi per i tifosi. Per il Mondiale 2018 la Russia ha dovuto compiere lavori per 272 progetti di infrastrutture, per un costo totale dell’organizzazione del torneo di quasi 12 miliardi di dollari. Gli stadi utilizzati per la manifestazione sono stati dodici, di cui nove sono stati costruiti ex-novo. Le scelte di alcune sedi di gara sono sembrate chiaramente influenzate da considerazioni di natura geopolitica: come quella di Kaliningrad, ed esempio, enclave russa nel cuore del Mar Baltico, che confina interamente con Stati membri dell’Unione Europea (tra cui la Lituania, con cui i rapporti sono particolarmente tesi), dove è presente una base missilistica e che negli ultimi anni è stata anche luogo di esercitazioni militari. Oppure Soči, situata nel cuore del Caucaso a pochi chilometri dagli Stati cuscinetto dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia che Mosca ha sostenuto nella loro guerra per l’indipendenza alla Georgia nel 2008.
I grandi eventi come i Mondiali presentano un numero elevato di rischi, che sono diventati, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, il discorso dominante delle manifestazioni sportive. Il Mondiale del 2018 presentava i seguenti tipi di rischio: il terrorismo, la violenza e il razzismo, i boicottaggi e i costi. Il terrorismo era il rischio più prominente a cui la competizione era soggetta ed era ancora più sentito nelle città sedi di gare, come Soči e Volgogard, che erano ai confini dell’instabile regione del Caucaso. Queste città erano in prossimità di repubbliche in cui vi era una presenza molto forte di gruppi islamici che lottavano per l’indipendenza dalla Federazione Russa e per la creazione di un Emirato del Caucaso, e che erano già stati protagonisti di attacchi suicidi alla metropolitana di Mosca nel 2010, all’aeroporto Domodedovo di Mosca nel 2011 e altri tre attacchi a Volgogard nel 2013.
Un altro rischio era quello della possibilità di episodi di violenza e di razzismo. I tifosi russi si sono sempre distinti per questa tendenza, come hanno dimostrato gli striscioni nazionalisti esposti durante la prima partita giocata dalla nazionale russa a Brasile 2014. Per non parlare dei numerosi episodi di razzismo nei confronti di giocatori di colore presenti nelle varie squadre di club russe, che hanno spinto anche alcuni giocatori e dirigenti a suggerire il boicottaggio della manifestazione da parte dei giocatori di colore. Qualsiasi fallimento sarebbe stato un grande danno di immagine per la Russia, che avrebbe potuto portare a perdite economiche nel lungo periodo, dovute principalmente alla perdita di opportunità di business: una grande azienda tende ad evitare di associare il proprio brand ad episodi negativi.
Un altro tipo di rischio era quello legato ai possibili boicottaggi. Gli eventi sportivi più importanti sono sempre di più usati come piattaforma per veicolare messaggi politici e promuovere campagne di ogni tipo. Molti capi di Stato e di governo occidentali non si sono presentati alla cerimonia di apertura del Mondiale, come forma di protesta per l’annessione della Crimea: solo diciassette capi di stato e di governo erano presenti, di cui solo due dei trentadue Paesi partecipanti (Panama e Arabia Saudita), due di Paesi che non sono riconosciuti dalla maggior parte delle nazioni del mondo (Abcasia e Ossenzia del Sud), mentre gli altri erano per la maggior parte rappresentanti di Stati autoritari.
Infine, un ultimo rischio era legato ai costi, che sono raddoppiati rispetto al budget iniziale, e alla costruzione di white elephants (elefanti bianchi), infrastrutture costruite per i grandi eventi sportivi che non hanno un utilizzo a lungo termine: infatti, cinque dei dodici stadi costruiti per la competizione (Soči, Kaliningrad, Nižnij Novgorod, Saransk e Volgograd) si trovavano in città che non hanno una squadra nella prima divisione del campionato di calcio russo (e alcune nemmeno nella seconda); inoltre, la media spettatori della prima divisione è di 14.000 spettatori, mentre dieci di questi stadi hanno una capacità di almeno 40.000 spettatori.
In Russia esiste una onnipresente rete di relazioni personali tra la politica nazionale e il panorama economico. Questo tipo di sistema viene chiamato neopatrimonialismo: un sistema ibrido di governance dove lo scambio di guadagni in cambio di lealtà si mescola con una struttura legale e burocratica. Il concetto è usato principalmente per gli Stati post-comunisti, latinoamericani, del Medio-Oriente e del Sud-Est asiatico ed è un sistema che dipende prevalentemente dal flusso di rendite. Per questo, la crisi economica del 2014 e il suo conseguente minore budget di governo, ha messo in crisi il sistema presente in Russia, creando delle ripercussioni sia per quanto riguarda i costi, che per quanto riguarda le gerarchie presenti tra le élite. Le interruzioni del flusso di rendite interrompono il regolare funzionamento del sistema e forzano una sequenza di scelte politiche ed economiche per mantenere la stabilità, soprattutto in previsione di un evento che esercita una notevole pressione come il Mondiale di calcio, a causa degli stringenti requisiti della FIFA e dell’inderogabile scadenza per la consegna dei progetti. In particolare, la crisi del sistema neopatrimoniale ha portato a 3 conseguenze: una diminuzione degli investimenti privati e un concomitante aumento dei fondi pubblici; un riordino delle élites privilegiate; un prezzo più alto per la lealtà delle élites.
Ci sono stati vari esempi di crisi del sistema neopatrimoniale durante i lavori di preparazione al Mondiale. La ristrutturazione dei campi di allenamento a Rostov affidata inizialmente a privati, poi spariti in seguito alla crisi economica, ha costretto gli attori pubblici a sostenerne il costo, con un taglio della spesa a cui ha beneficiato principalmente il settore privato.
A Soči, invece, era inizialmente prevista la ristrutturazione di quattro campi di allenamento. In seguito alla crisi economica i campi furono portati a tre, ma costruiti ex-novo, con un conseguente aumento dei costi (dovuti anche all’aumento del costo dei materiali di costruzione per la svalutazione del rublo). L’appalto fu vinto dall’ASK-Monolit, un’azienda con una storia nebulosa alle spalle (la sede legale, ad esempio, è in un appartamento) e che sembrava essere collusa con il sistema neopatrimoniale. La prospettiva di un avanzamento nella gerarchia delle élites spiegherebbe il motivo per cui l’azienda avrebbe accettato un progetto a costi maggiori di quello iniziale.
A Kaliningrad, infine, vari cambi di proprietà nell’aeroporto hanno portato a notevoli ritardi nella sua ristrutturazione. L’avvicinarsi della data di scadenza ha portato ad affidare, infine, la proprietà e i lavori a Trotsenko, oligarca russo meglio connesso con il sistema, che però ha chiesto più soldi (di quelli del progetto iniziale) per portare a termine i lavori.
Alla fine, il Mondiale si è rivelato un successo, con 3.031.768 milioni di spettatori che hanno assistito alle partite, con una media di riempimento degli stadi del 98,2%, e con 6,8 milioni di turisti che hanno visitato le città ospitanti durante la manifestazione. Ha visto il successo della Francia, che ha battuto con il punteggio di 4-2 la Croazia, sorpresa del torneo. La Russia, invece, si è fermata ai quarti di finale, battuta proprio dai croati, dopo essere riuscita ad eliminare la Spagna negli ottavi di finale. Si è trattato del miglior risultato di sempre per la nazionale russa in un Mondiale di calcio.