Le origini
La diffusione del calcio in tutta Europa (e di conseguenza nel mondo) è dovuta a chi il calcio lo ha inventato: gli inglesi. La loro potenza marittima di fine 800 - inizio 900 ebbe come conseguenza il fatto che il calcio si diffondesse inizialmente nelle città portuali: infatti, in Italia il primo club ad essere fondato, proprio da inglesi, fu il Genoa (anno 1883). Non faceva eccezione a questa “regola” la Russia. Il primo centro di irradiazione calcistico russo fu, infatti, San Pietroburgo, la principale città portuale dell’immenso Stato. Nel 1901 proprio a San Pietroburgo si è disputato ufficialmente il primo campionato cittadino, dove, però, a prendervi parte furono squadre formate esclusivamente da inglesi residenti nella città. Per avere il primo campione russo di Pietroburgo si dovette aspettare il 1908 con la vittoria dello Sport con gli inglesi che a quel punto decisero di andarsene, preferendo misurarsi esclusivamente tra di loro (isolazionismo che durerà fino ai Mondiali del 1950). Nel 1910 venne disputato il primo campionato cittadino a Mosca e l’anno seguente fu la volta di Odessa, Char’kov e Kiev. Nel 1912 venne fondata l’Unione Calcistica Panrussa che organizzò nello stesso anno il primo campionato di calcio dell’Impero russo, che venne vinto dalla squadra di Pietroburgo. Il campionato si giocò per altre tre volte prima di venire fermato dallo scoppio della Prima guerra mondiale e da tutte le vicende della Rivoluzione di Ottobre e della Guerra civile.
Al momento dello scoppio della guerra nel 1914 la Russia zarista decise immediatamente per l’intervento, ma la realtà si rivelò disastrosa fin da subito: l’esercito era totalmente impreparato e l’apparato industriale del Paese non era in grado di sostenere il conflitto. All’inizio del 1917 l’esercito era al collasso e lo zar Nicola II decise di abdicare, con il potere che passò nelle mani di un governo provvisorio guidato dal principe L’vov. In questo clima, ad ottobre ci fu un colpo di stato da parte dei bolscevichi, guidati da Lenin. Era l’inizio della dittatura comunista. Da lì a poco sarebbe stata firmata la Pace di Brest-Litovsk, con cui la Russia sarebbe uscita dalla guerra. Iniziò il periodo della guerra civile e del comunismo di guerra, una serie di provvedimenti con cui le risorse vennero destinate alla guerra contro i controrivoluzionari, tra cui vi fu anche l’abolizione della proprietà privata. Con la fine della guerra civile nel 1922 nacque l’URSS, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, a cui venne data una struttura federale e che comprendeva tutti i territori dell’ex impero zarista e dove tutti i poteri vennero concentrati nelle mani del Partito Comunista. Nel 1924 Lenin morì e gli succedette Stalin.
Con l’instaurazione della dittatura sovietica molti dei club più importanti dell’epoca pre-rivoluzionaria vennero soppressi. Nel 1923 l’intera organizzazione sportiva venne sottoposta a una radicale riforma: ogni competenza sportiva venne attribuita al Consiglio provinciale Moscovita della Cultura Fisica e da allora sarebbero state riconosciute solo le società collegate a enti territoriali o aziende. Ufficialmente i giocatori restavano dilettanti, ma le società se li contendevano offrendo loro posti di lavoro. Frutto di questo periodo fu anche la nascita dei club che poi faranno la storia del calcio sovietico: nel 1923 nacque a Mosca per iniziativa del commissario del popolo per gli Affari interni e presidente della GPU (polizia), la società sportiva Dinamo; nel 1928 fu la volta del CDKA (dal 1960 CSKA), club affiliato all’Armata Rossa; dai campi sportivi sorti accanto a grandi complessi industriali nacquero la Torpedo di Mosca e lo Zenit di Leningrado. Nello stesso periodo salì alla ribalta la Kazanka, squadra fondata nel 1910 dai lavoratori del deposito locomotori della stazione ferroviaria Kazanskij, e che nel 1935 fu denominata Lokomotiv, dopo che il commissario del popolo per i Trasporti ne approvò ufficialmente lo statuto.
L’euforia rivoluzionaria portò a concepire piani di completo riorientamento dei valori sociali e culturali, di cui fece parte anche lo sport. Il calcio venne sottoposto a critiche da più parti: era considerato una pratica della borghesia inglese, con tratti diseducativi come le finte e i dribbling, che erano considerati degli inganni. Il potere sovietico dimostrava di orientarsi verso una concezione dello sport come fattore educativo e formativo piuttosto che come spettacolo agonistico, come lo era ad esempio in Europa. La radice del male del calcio venne individuata nell’ansia della vittoria a ogni costo e ben presto fu operato un tentativo di indirizzare il gioco verso un’idea didascalica di sport: nel 1924 venne varato per il campionato moscovita un complicatissimo sistema per la determinazione della classifica, dove i risultati ottenuti sul campo erano solo una componente e a cui si affiancavano una serie di interminabili fattori, quali il numero di squalifiche, espulsioni, ammonizioni, falli, ecc.
Intanto il congresso delle organizzazioni sportive operaie tenutosi a Mosca nel 1921 sancì la nascita dell’Internazionale sportiva rossa, la cui missione era quella di coniugare lo sport con la lotta di classe e di mantenere i rapporti con le organizzazioni sportive operaie di tutti i paesi aderenti. Per statuto era vietato ogni contatto con squadre borghesi, accusate di professionismo mentre all’agonismo e al risultato non veniva dato alcun rilievo. Questo principio veniva rispettato dagli atleti-operai di tutte le nazioni, tranne che dai russi: per loro la partecipazione ad ogni manifestazione sportiva, tanto più se in terra straniera, doveva avere come obiettivo la vittoria, in quanto essa sarebbe stata necessariamente interpretata anche in chiave politica. Nel 1923 una rappresentativa di calcio sovietica partì per una tournée in terra scandinava, dove i calciatori russi erano accolti ovunque, specialmente da parte dei lavoratori, con un entusiasmo che a volte assumeva il carattere di ovazione in onore della Russia.
In seguito, venne avvertita la necessità di confrontarsi con le squadre professionistiche dei paesi capitalisti. Era il 1924 e restava il problema di trovare un avversario adatto: visto l’isolamento internazionale dell’Unione Sovietica, entrare in contatto con la federazione calcistica di un Paese dell’Europa Occidentale era improbabile. Una soluzione intermedia era misurarsi sul campo di gioco con la neonata Repubblica Turca di Mustafa Ataruk, in buoni rapporti con il Paese proletario, e fu così che il 16 novembre 1924 si giocò la prima partita ufficiale dell’Unione Sovietica. Il risultato finale fu un secco 3-0 che venne accolto con trionfalismo: venne dimostrata la supremazia del calcio proletario su quello borghese. Il 15 maggio 1925 venne giocata la rivincita ad Ankara. La vittoria sovietica per 2-1 fu celebrata dalla stampa con un’enfasi mai riservata prima a gesta sportive: i calciatori furono salutati come eroi nazionali e venne considerata “definitivamente tramontata l’epoca in cui, grazie allo zarismo, tomba di ogni manifestazione di cultura, il Paese sovietico veniva considerato una nullità nel campo dello sport. Però queste due partite non contribuirono all’acuirsi dell’isolamento del calcio sovietico: il rifiuto di abbandonare l’Internazionale Sportiva Rossa, non permise l’ingresso della federazione nella FIFA.
Fenomeno di costume
Negli anni Trenta Stalin avviò il culto della sua personalità e avocava a sé ogni potere, creando le strutture di uno Stato totalitario. Era il periodo del terrore. Ogni opposizione politica e sociale interna venne liquidata con metodi drastici. Nacquero i Gulag, campi di lavoro forzati dove venivano rinchiusi i “nemici del popolo”, e si dette inizio ai celebri processi “staliniani”, mediante i quali si colpirono duramente i membri della classe dirigente che potessero dare ombra a Stalin o destare sospetti. Ogni aspetto della vita sociale venne controllato. L’obiettivo era anche il pieno controllo di ogni settore della vita economica e la creazione di un sistema industriale a tappe forzate, e lo strumento per raggiungerlo furono i piani quinquennali, che miravano a fornire le direttive per la crescita economica. Una martellante propaganda esaltava le conquiste del lavoro e si celebravano i suoi eroi, come il minatore Stachanov, da cui deriva il termine stachanovismo.
Intanto il calcio in Unione Sovietica divenne un vero e proprio fenomeno di costume con i calciatori che divennero dei veri e propri idoli delle folle. Anche la letteratura recepì la cosa: la descrizione del primo tempo di una partita tra la rappresentativa della città di Mosca e una selezione tedesca costituisce uno dei punti culminanti del romanzo breve L’invidia di Jurji Oleša. In questo racconto vi è la contrapposizione con i vizi e le aberrazioni dello sport capitalistico, il cui ambasciatore è l’attaccante dei tedeschi Hoetzke, a cui “importava solo fare sfoggio della propria maestria”, “che non si prodigava certo per difendere i colori della propria squadra”, che “aveva a cuore soltanto il proprio successo personale” e che “non faceva stabilmente parte di alcuna organizzazione sportiva, poiché si era compromesso con diversi passaggi da un club all’altro a puro scopo di lucro. Dal lato opposto vi è Makarov, portiere della selezione moscovita, sportivo professionista e studente, plasmato secondi i principi dell’educazione socialista, un uomo-macchina privo di capacità critica e sentimenti, “indifferente e tutto ciò che non è lavoro” e che simboleggia la posizione in cui si sarebbero trovati gli atleti sovietici di vertice soprattutto a partire dagli anni 30: da un lato sarebbero stati chiamati a compiere imprese sportive per difendere la propria nazione, ma dall’altro sarebbero stati sempre ritenuti dei dilettanti e costretti ad accontentarsi di compensi neppure paragonabili a quelli degli occidentali.
La popolarità che raggiunse il calcio nell’URSS nei primi anni 30 è testimoniata dalle immagini accelerate dei cinegiornali, dalle cronache dei giornalisti sportivi e soprattutto dalla massiccia partecipazione di massa allo stadio. Assistere a una partita di calcio era una gratificazione riservata ai lavoratori più meritevoli, con l’assegnazione dei biglietti che avveniva attraverso i comitati di fabbrica; nessuno spettacolo poteva “vantare un pubblico operaio vasto quanto quello dello stadio in occasione di un incontro internazionale di calcio. Inoltre, a testimonianza di come il calcio fosse un fenomeno di altissima rilevanza sociale, vi era una massiccia presenza femminile sugli spalti. Tutto questo forse era dovuto al fatto che il calcio avesse quel grado di imprevedibilità che lo differenziava dalla monotonia delle manifestazioni di regime di cui era piena la vita pubblica del cittadino sovietico.
Nel gennaio del 1937 uscì nelle sale cinematografiche il film Il portiere che, oltre alla condanna dell’individualismo e l’elogio del collettivo, simboleggiava la difesa della nazione da un attacco esterno. Infatti, gli avversari, i Bufali neri, nell’aspetto e nei comportamenti ricordavano la gioventù hitleriana, con il portiere, eroe calcistico sovietico e difensore della patria. È probabile che questa idealizzazione del ruolo del portiere, visto come incarnazione del sistema di valori della società socialista, sia stata la base per lo sviluppo della grande scuola di portieri sovietica (con Jašin unico portiere a vincere il Pallone d’oro). Il film ebbe un grandissimo successo e il libro da cui fu tratto, Il portiere della repubblica, entrò a far parte dei classici della letteratura sovietica ufficialmente destinata ai ragazzi.
Nel 1936 venne disputato il primo campionato sovietico. Le squadre furono divise in quattro divisioni: nella prima ne facevano parte quattro squadre moscovite (Dinamo, Spartak, CDKA e Lokomotiv), due leningradesi (Dinamo e Krasnaja Zarja) e una kieviana (Dinamo). Furono assegnati due titoli: il primo, il primaverile, lo vinse la Dinamo Mosca, mentre il secondo, autunnale, venne vinto dallo Spartak Mosca. Saranno sempre queste due squadre a spartirsi i titoli dei campionati sovietici fino all’interruzione causata dalla Seconda guerra mondiale. Il fatto che le squadre potessero affrontarsi con regolarità contribuì ad accrescere il livello qualitativo del calcio sovietico. Pur non essendo professionisti, i calciatori ricevevano compensi in denaro commisurati alle loro prestazioni ed erano divisi in classi di merito come gli altri atleti. Inoltre, la diretta appartenenza dei club a enti o industrie garantiva la disponibilità di impianti e strutture di gran lunga superiori a quelle dei decenni precedenti.
Incontrarono resistenze, invece, le innovazioni dal punto di vista tattico. In quel periodo in Europa si stava diffondendo il sistema a W, una specie di 3-4-3, mentre in URSS si continuava a usare il sistema a piramide, con due difensori, tre centrocampisti e cinque attaccanti. Il rifiuto dell’uso del modulo a W era di carattere ideologico: la nuova tattica (inventata dai britannici) era considerata come indegnamente difensiva, mentre la mentalità del gioco sovietico era per natura portata all’attacco. Solo alcune travolgenti vittorie della selezione dei Paesi Baschi nella tournèe sovietica convinsero, dopo ampie discussioni, il consiglio tecnico dello Spartak Mosca a passare al modulo a W. La netta vittoria per 6-2 dei moscoviti (con alcuni favori arbitrali) convinse finalmente i sovietici dell’efficacia di questo modulo, che da lì in poi venne adottato gradualmente da tutte le squadre.
Durante la guerra
Nel settembre del 1939, con l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista, inizia la seconda guerra mondiale. Inizialmente l’URSS non vi partecipò, avendo firmato ad agosto il Patto Molotov-Ribbentrop, con cui si impegnava a non intervenire nel conflitto. La presa di Minsk nel giugno 1941 da parte dei tedeschi, segnò la rottura del patto e l’inizio della guerra per i sovietici. Sarà un conflitto molto duro per l’Unione Sovietica, con l’esercito tedesco che riuscirà ad arrivare a 80 km da Mosca e che sarà caratterizzato soprattutto dagli assedi di Leningrado e di Stalingrado. La vittoria a Kursk nel luglio del 1943 segnerà l’inizio del contrattacco sovietico. La guerra costerà all’URSS quasi 29 milioni di morti.
Per quanto riguarda il calcio, il 25 giugno 1941, qualche giorno dopo la presa di Minsk, venne annunciata la sospensione del campionato (che sarebbe stata definitiva). I calciatori lasciarono le loro squadre e partirono volontari per il fronte o andarono a lavorare nelle fabbriche che producevano armamenti. Tuttavia il calcio non si fermò del tutto: a settembre prese il via la Coppa di Mosca, vinta dalla Dinamo contro la formazione della fabbrica Frunze. Quando con la controffensiva invernale l’Armata Rossa riuscì ad allontanare definitivamente i tedeschi dalla capitale, poté essere organizzato nella primavera del 1942 anche il campionato moscovita, che vide vincitori i poliziotti della Dinamo, mentre lo Spartak riuscì a vincere il torneo autunnale e la Coppa di Mosca.
Il calcio aveva lo scopo primario di sostenere in qualche modo il morale della popolazione e anche a Leningrado, assediata dai tedeschi dal 1941 al 1944, si continuò a giocare a calcio: famosa è una partita giocata dalla Dinamo Leningrado contro una formazione che rappresentava la Flotta del Baltico. Il match fu una contromossa psicologica sovietica: l’esercito tedesco aveva fatto stampare un giornale illustrato in cui un titolo a lettere cubitali annunciava: “LENINGRADO È UNA CITTÀ DI MORTI”. Per rispondere, all’apparato propagandistico del Partito venne in mente di giocare una partita che suscitasse il più possibile l’entusiasmo degli spettatori: vennero radunate più di duemila persone e fu prevista la registrazione da bordo campo della cronaca in russo e in tedesco. L’incontro si chiuse con il punteggio di 7-3 a favore della Dinamo e il giorno seguente gli altoparlanti diffusero la registrazione della partita lungo la linea del fronte, causando la risposta rabbiosa dei tedeschi: secondo il capitano dell’NKVD Byckov, “i nazisti reagirono bombardando e cannoneggiando lo stadio con l’artiglieria.
Intanto in Ucraina, dopo che l’Armata Rossa riconquistò Kiev si diffuse, grazie ad articoli pubblicati su vari quotidiani, il mito della “partita della morte”, secondo cui ci fu un incontro giocato tra Dinamo Kiev ed occupanti nazisti, che gli ucraini vinsero nettamente umiliando i tedeschi e disobbedendo al loro ordine di perdere volontariamente; di conseguenza, i tedeschi li arrestarono subito dopo e li fucilarono davanti a tutti i prigionieri del campo. Subito dopo la liberazione di Kiev i funzionari dei servizi segreti si misero al lavoro per indagare su questa partita e le ricerche effettuate non ne giustificavano la mitizzazione. Anzi, giocare una partita con il nemico poteva configurarsi come reato di collaborazionismo e, inoltre, l’Ucraina in quel periodo non aveva offerto prove di eclatanti resistenze all’invasore nazista. Ma il potere sovietico aveva bisogno di eroi per la sua propaganda e il processo di mitizzazione continuò con la pubblicazione di vari racconti e romanzi sulla partita e addirittura si arrivò nel 1971 ad inaugurare a Kiev un monumento dedicato ai caduti della partita della morte. Solo con la dissoluzione dell’URSS negli anni Novanta si iniziò la ricerca della verità: in realtà si erano formate varie squadre sotto il regime di occupazione nazista e molto probabilmente la “partita della morte” fu giocata tra la Start (squadra del Panificio industriale composta da giocatori della Dinamo) e la Flakelf (squadra tedesca composta da ufficiali e soldati della difesa antiaerea). Il match fu giocato in un’atmosfera molto pacifica e nessuno dell’amministrazione fece pressioni affinché quelli del Panificio perdessero la partita. Qualche tempo dopo la partita nove calciatori della Dinamo vennero arrestati con l’accusa di essere agenti dell’NKVD, lasciati nella città occupata con il compito di compiere atti di sabotaggio, e il regime a cui vennero sottoposti non fu di carcere duro. Ma la crescita delle difficoltà dell’esercito tedesco nei primi mesi del 1943 portarono i nazisti a intensificare le repressioni nei campi e fu per questo motivo che 3 dei nove calciatori della Dinamo vennero fucilati (e non per i fatti legati alla partita della morte).
Frattanto, dopo la resa dei nazisti nel febbraio 1943 Stalingrado era ormai ridotta a un cumulo di macerie, ma già a metà del mese il portiere Ermasov fu nominato presidente della società sportiva Dinamo e ricevette l’incarico di riorganizzare la vita sportiva della città. Per festeggiare il Primo Maggio, si decise di giocare una partita per simboleggiare la rinascita della città con la partecipazione dei più noti giocatori di Stalingrado e a cui fu invitato lo Spartak Mosca. Alla partita assistettero diecimila spettatori e il match fu preceduto da un cerimoniale molto spettacolare: prima vennero pubblicamente appuntate al petto onorificenze ai calciatori locali che avevano attivamente partecipato alla difesa della città; poi, sullo stadio apparve un caccia in picchiata che lanciò il pallone con cui si sarebbe dovuto giocare (ma che andò perso nelle tribune). Sul piano tecnico non fu una grande partita (vinta per 1-0 dalla selezione di Stalingrado), ma gli echi varcarono i confini dell’Unione Sovietica.
Dopoguerra
Con la fine della Seconda guerra mondiale l’URSS viene accreditata a ruolo di superpotenza: cioè una nazione che, per potenziale economico, sviluppo tecnologico e armamento, ha una particolare influenza in campo internazionale e un forte peso sugli eventi mondiali. Inizia il periodo della Guerra fredda, che, oltre ad essere un confronto militare, sarà caratterizzato dalla contrapposizione di due modi di vivere la vita e il mondo completamente differenti: il blocco occidentale (liberale), guidato dagli Stati Uniti, e quello orientale (comunista), guidato dall’Unione Sovietica. Sarà basato sull’equilibrio del terrore e dal timore che una guerra atomica possa scoppiare da un momento all’altro.
Nel 1944 fu assegnata la Coppa dell’Unione Sovietica. Il fatto che venisse disputata questa competizione era sicuramente un segnale di ritorno alla normalità dopo tante sofferenze e privazioni dovute alla guerra. Secondo Lev Jašin “In tutte le officine non si parlava di altro […]. Anche nelle carrozze del metrò, alle fermate del tram, dappertutto si accendevano discussioni sul livello del torneo, sui possibili risultati. -Se i giocatori hanno di nuovo tempo per tirare calci al pallone, vuol dire che manca poco: Hitler presto sarà kaputt. Così si espresse mia”. La Coppa fu vinta dallo Zenit Leningrado, che in finale battè 2-1 il CDKA. La vittoria ebbe un grande valore simbolico dato che a vincere era stata la squadra della città che forse più aveva sofferto durante il conflitto mondiale. Il 13 maggio 1945, quattro giorni dopo la definitiva vittoria sui nazisti, si disputò anche il primo campionato sovietico postbellico che fu vinto dalla Dinamo Mosca, dopo un avvincente duello con il CDKA.
Nel 1946 l’URSS entrò a far parte della FIFA e nel 1951 il Comitato Olimpico Sovietico venne riconosciuto dal CIO, cosa che permise all’Unione Sovietica di partecipare alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, ponendo fine al periodo di isolazionismo sportivo sovietico. Per le autorità sovietiche la partecipazione doveva portare a una sicura vittoria e le si dava un grande valore politico perché si doveva rappresentare la superiorità del sistema sovietico. Nel 1952 la contrapposizione tra blocco comunista e Occidente era ai massimi livelli: era il periodo della Guerra in Corea, la minaccia atomica era elevata e negli Stati Uniti si era in pieno maccartismo.
La selezione olimpica sovietica di calcio venne costruita a partire dall’ossatura del CDSA (così era stato rinominato il CDKA quell’anno) che nel 1951 aveva vinto sia il campionato che la Coppa dell’Unione Sovietica. Tale decisione scatenò il malcontento di dirigenti e protettori delle altre società, che fecero pressioni affinché fossero rappresentati tutti i dicasteri e gli enti che avevano una propria società di calcio. L’allenatore della nazionale, Arkad’ev, non riuscendo a resistere a tali pressioni, rimaneggiava continuamente la formazione, cosa che influenzò negativamente la preparazione all’Olimpiade della selezione sovietica.
La spedizione olimpica sovietica alloggiava in un villaggio olimpico a parte, dedicato ai soli paesi socialisti. Vi era una grandissima presenza di agenti segreti (quasi la metà della spedizione) e l’atmosfera “oscillava tra la tensione estrema e l’avvilimento”. Nel turno preliminare l’URSS affrontò la Bulgaria, con i sovietici che apparvero stanchi e depressi. Nonostante questo, l’URSS riuscì a superare il turno vincendo per 2-1 nei tempi supplementari, dopo essere andata in svantaggio. Agli ottavi di finale l’Unione Sovietica avrebbe affrontato la Jugoslavia. In quel momento lo stato delle relazioni tra i due paesi era pessimo: solo un paio di anni prima, nel 1949, l’URSS aveva rotto il trattato di amicizia e reciproca collaborazione con il Paese balcanico e per questo motivo ci fu una grandissima pressione da parte dei dirigenti e delle autorità sovietiche. Secondo quando scritto dal portiere Ivanov nelle sue memorie: “ancora pochi minuti prima (della partita ndr), alcuni personaggi politici continuavano a insistere sulla necessità di vincere ad ogni costo”. Inoltre, a non aiutare concorreva il fatto che il pubblico di casa avrebbe tifato per la nazionale jugoslava: il ricordo dei trascorsi bellici tra URSS e Finlandia era ancora troppo vivido. La partita fu piena di emozioni: dopo essere stata in svantaggio per 5-1 a inizio secondo tempo, l’URSS riuscì nell’incredibile impresa di rimontare e pareggiare all’89’ portando la partita ai supplementari, dove il punteggio non sarebbe cambiato. Era necessaria una ripetizione del match (allora non erano ancora previsti i calci di rigore). Le pressioni sulla selezione di calcio raggiunsero vette elevatissime, addirittura, secondo le testimonianze di Novosil’cev (inviato della “Pravda”, organo ufficiale del Partito Comunista sovietico) e Romanov (Presidente del Comitato Pansovietico per le questioni della Cultura Fisica e dello Sport) arrivò un telegramma firmato da Stalin nel quale egli spiegava la portata della responsabilità che incombeva sui calciatori e che la partita assumeva il significato di atto politico dello Stato. Però, il 22 luglio la Jugoslavia vinse nettamente l’incontro con il punteggio di 3-1, dopo che l’URSS era riuscita anche ad andare in vantaggio a inizio partita. Dopo la partita i giocatori furono oggetto di una campagna molto ostile da parte della stampa e addirittura non fu mai mostrata una sola foto delle tre partite disputate dalla nazionale sovietica in terra svedese (e di tali materiali non è stata trovata traccia neppure negli anni della perestrojka in poi). Il CDSA venne visto come radice di tutti i mali e quindi da estirpare: con l’Ordinanza N° 793 venne decretato lo scioglimento della squadra per il suo comportamento “non soddisfacente ai Giochi Olimpici” e per il “serio danno al prestigio dello sport sovietico e dello Stato sovietico”. Provvedimenti successivi furono dedicati a calciatori specifici (per esempio a Beskov, “reo” di aver colpito la traversa in posizione favorevole nei supplementari della prima partita) che portarono alla loro squalifica per un anno e alla privazione del titolo di maestri dello sport dell’URSS. L’allenatore Arkadev, invece, venne sottoposto a una campagna diffamatoria che, di solito, avrebbe portato a un processo con certezza di condanna. Per sua fortuna mancava poco alla morte di Stalin, avvenuta il 5 marzo 1953. La scomparsa del dittatore fece cadere le accuse e avrebbe portato anche alla rifondazione della CDSA, che avvenne sotto il nome di CSKA.
Prime affermazioni internazionali
Dopo la morte di Stalin viene eletto come segretario del Partito Comunista Cruscev. Inizia un periodo di riforme che allenterà la morsa dello Stato nella vita di tutti i giorni. Nel febbraio del 1956 al XX Congresso del PCUS verrà letto un rapporto in cui verranno (in parte) svelate le numerose illegalità compiute da Stalin. Sono gli anni della rivalità spaziale con gli USA e il lancio del satellite Sputnik nel 1957 da parte dell’URSS segnerà la fine dell’egemonia americana in questo campo. La costruzione del muro di Berlino nel 1961 cementificherà con la paura il blocco sovietico e la crisi dei missili di Cuba dell’anno dopo farà temere lo scoppio di un conflitto atomico.
Non si dovette aspettare ancora molto per avere la prima affermazione calcistica in campo internazionale dell’URSS. Infatti, ai successivi Giochi Olimpici tenutisi a Melbourne nel 1956, la nazionale sovietica riuscì a vincere la medaglia d’oro. Nel percorso verso la finale l’URSS batté in sequenza: la Squadra Unificata Tedesca (Germania Ovest e Germania Est si presentarono unite per l’occasione), l’Indonesia e la Bulgaria. Destino volle che ad aspettarla in finale ci fosse la Jugoslavia, che l’edizione prima aveva battuto i sovietici agli ottavi di finale. Questa volta il risultato fu diverso: grazie a una rete a inizio secondo tempo dell’attaccante dello Spartak Mosca Il’in, l’URSS riuscì ad aggiudicarsi la medaglia d’oro.
Questa vittoria non restò un caso isolato. Nel 1960 si tenne la prima edizione del Campionato Europeo di calcio, organizzato dalla UEFA. Al torneo si iscrissero in tutto 17 squadre, quindi, a parte un turno preliminare, le squadre partecipanti si affrontarono in partite di eliminazione diretta, con andata e ritorno. Agli ottavi di finale l’URSS vinse entrambe le partite contro la Bulgaria e ai quarti di finale avrebbe dovuto affrontare la Spagna. La squadra spagnola era una delle formazioni più forti del torneo: l’ossatura della squadra era composta dai giocatori del Real Madrid, che all’epoca aveva già vinto quattro Coppe dei Campioni. Ma i due paesi erano politicamente agli antipodi e i rapporti erano pessimi, tanto che non vi erano relazioni diplomatiche. Il dittatore Franco, dopo la vittoria della guerra civile, aveva iniziato una feroce repressione nei confronti dei comunisti e la sconfitta contro i sovietici era considerata inaccettabile per le autorità spagnole. L’amichevole vinta per 7-1 dall’URSS nei confronti della Polonia, aveva scalfito tutte le convinzioni spagnole e, non essendo certi di vincere, vietarono ai calciatori di andare a Mosca a giocare. A questo si aggiungeva anche che alle autorità spagnole non entusiasmava l’idea di accogliere a Madrid la delegazione sovietica, data la concreta possibilità di infiltrazioni del KGB. Così, a maggio, la Federcalcio spagnola comunicò ufficialmente che la squadra nazionale non avrebbe giocato contro l’URSS per motivi politici. La Federcalcio sovietica, in una dichiarazione ufficiale, affermò di essere “profondamente indignata per l’intromissione delle autorità franchiste e per l’annullamento della partita”, oltre a ricordare che “il fascista Franco e i suoi collaboratori sono conosciuti per la loro ostilità in contesti del tutto amichevoli” . La nazionale dell’URSS passò così direttamente alle semifinali, dove sconfisse la Cecoslovacchia. In finale, i sovietici incontrarono ancora una volta la Jugoslavia: la rete di Ponedel’nik nei supplementari (dopo che i tempi regolamentari si erano conclusi sul punteggio di 1-1) permise all’URSS di laurearsi Campione di Europa.
Volti nuovi
A partire dagli anni 60 si affacciarono in testa alla classifica del campionato sovietico dei volti nuovi, che andarono a spezzare il dominio fin qui avuto dalle tre grandi di Mosca: Dinamo, Spartak e CSKA. Nel 1961 ad aggiudicarsi il titolo fu sempre una squadra di Mosca, la Torpedo, controllata dalla casa automobilistica ZIL, che era riuscita a vincere nonostante fosse priva della sua stella Ėduard Strel’cov, internato in un gulag. La storia dell’attaccante della Torpedo è l’ennesima dimostrazione di come il potere politico era profondamente connesso con le vicende dell’URSS. Il “Pelè bianco” era una degli astri nascenti del calcio sovietico e i suoi gol erano stati fondamentali per la vittoria dell’oro olimpico del 56, ma, nel 1958 venne accusato di stupro nei confronti di Marina Lebedeva, una ragazza incontrata a un party tenutosi durante il ritiro pre-mondiale con la nazionale sovietica. Strel’cov confessò, apparentemente dopo che gli era stato promesso che, così facendo, avrebbe potuto partecipare agli imminenti Mondiali, ma lo stesso venne condannato a 12 anni di lavori forzati. Su questa decisione pesarono due rifiuti da parte dell’attaccante: il primo riguardava il suo trasferimento verso la squadra del KGB, la Dinamo, mentre il secondo fu quello di sposare la figlia di Yekaterina Furtseva, preferita di Khrushchev e unica donna ad essere membro del Politburo del Comitato centrale del PCUS.
Per quanto riguarda il campionato sovietico, il 1961 fu la volta della Dinamo Kiev in testa alla classifica: la squadra ucraina fu la prima ad aggiudicarsi il titolo al di fuori di Mosca. Fu l’inizio di un’epopea che segnerà il calcio sovietico: infatti, la squadra di Kiev sarà la squadra che vanterà il maggior numero di titoli sovietici (13) e una delle poche ad affermarsi anche in campo internazionale.
Il Pallone d’Oro è un premio che viene assegnato ogni anno dalla rivista sportiva francese France Football al miglior giocatore del mondo e che viene considerato il più prestigioso premio individuale in ambito calcistico. Nel 1963 fu vinto da Lev Jasin e fu il primo riconoscimento di questo tipo per un sovietico. Jasin è considerato uno dei più grandi portieri della storia ed è l’unico fino ad ora ad aver vinto il premio in quel ruolo. A dimostrazione della sua grandezza vi è il fatto che gli fu conferito in un’epoca poco televisiva per il calcio, dove le immagini che uscivano dall’Unione Sovietica erano una vera e propria rarità. Fu il primo portiere che portò il pianeta URSS alla portata di tutti i taccuini e di tutte le fotocamere: durante i Mondiali del 66 era possibile intervistarlo abbastanza facilmente, e il permesso di avere questo genere di contatti con la stampa occidentale era, presumibilmente, un privilegio riconosciuto al suo prestigio dalle autorità sovietiche. Jasin usò i suoi contatti per creare amicizia e simpatia intorno all’impenetrabile mondo sovietico e la sua autorevolezza era tale che quando si recava all’estero non era accompagnato da nessuno, a differenza degli altri cittadini sovietici.
Intanto in URSS, le ripercussioni per il prestigio del Paese dovuta alla crisi missilistica di Cuba, assieme al fallimento dei tentativi di riforma e ai tassi di crescita che diminuivano, misero in discussione l’operato di Chruscev, che nell’ottobre 1964 fu rimosso dal suo incarico di segretario del PCUS. Al suo posto saliva al potere Breznev.
Nel 1966 i Mondiali di calcio vennero disputati in Inghilterra fu il migliore della storia della Nazionale dell’URSS. Dopo essersi qualificata al primo posto a punteggio pieno nel proprio girone (nel quale era presente anche l’Italia), i sovietici batterono per 2-1 l’Ungheria nei quarti di finale e videro arrestata la loro corsa solo nelle semifinali dalla Germania Ovest, in una partita condizionata dall’arbitraggio che l’URSS terminò in nove, a causa di un espulso e di un infortunio (allora non erano permesse le sostituzioni). La finale per il terzo posto contro il Portogallo venne decisa da una rete del lusitano Torres quasi allo scadere. Nonostante questo, il quarto posto resta il miglior piazzamento ottenuto dall’URSS ai mondiali.
Anni Settanta
Gli anni 70 sono caratterizzati dalla presidenza del PCUS da parte di Breznev. È l’epoca della distensione dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica: vengono firmati gli accordi SALT, con cui le due superpotenze si impegnavano a limitare gli armamenti strategici, e gli accordi di Helsinki, con cui ci fu la promessa del rispetto dei diritti umani. Fu il periodo più pacifico della storia dell’URSS, e anche l’economia sembrava andar bene, soprattutto a causa del balzo della produzione di gas e petrolio. L’aumento del prezzo del petrolio dovuto alla guerra del Kippur del 1973 rese disponibile all’Unione Sovietica una quantità prima impensabile di valuta, che le permise di aumentare quasi a piacimento le importazioni di cibo, nonché di quadruplicare quelle dei beni capitali e tecnologia e di nascondere sotto il tappeto i problemi dell’economia sovietica.
Per il campionato sovietico gli anni 70 si aprirono con le vittorie di due squadre che non facevano parte del giro delle “solite”: lo Zorja nel 1972 e l’Ararat nel 1973. La prima era la squadra della città di Luhans’k, in Ucraina, e fu il primo non capoluogo di regione a vincere il titolo; mentre l’Ararat fu la prima squadra armena a classificarsi al primo posto, riuscendo l’anno dopo anche a disputare una buona Coppa dei Campioni, fermati solo ai quarti dal Bayern Monaco, che poi avrebbe vinto il titolo.
Ma, al di là di queste “anomalie”, gli anni 70 sono ricordati per l’inizio di una dinastia che segnerà per sempre la storia del calcio sovietico. Nel corso del campionato del 1973 subentra sulla panchina della Dinamo Kiev Valerij Lobanovs’kyj, detto Il Colonnello, dando vita a un’epopea che porterà nella bacheca della squadra ucraina otto campionati sovietici, sei Coppa dell’URSS, due Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. Le squadre del Colonnello, così chiamato per i suoi metodi di allenamento di stampo militare unitamente al grado militare conferitogli quando era nell’esercito sovietico, giocavano un calcio estremamente veloce, fatto di schemi studiati in modo accuratissimo e realizzati mediante una rigida disciplina tattica, che lasciava poco spazio alla fantasia dei giocatori. Stella della Dinamo Kiev fu senza ombra di dubbio Oleg Blokhin, soprannominato la “Freccia dell’Ucraina” per la sua straordinaria velocità, capace di segnare 173 gol in 299 partite. L’apice venne raggiunto senza ombra di dubbio nel 1975: la Dinamo Kiev vinse il campionato e fu la prima squadra sovietica di club ad affermarsi a livello europeo, riuscendo a vincere sia la Coppa delle Coppe che la Supercoppa Europea, con Blokhin che si aggiudicò il Pallone d’Oro, diventando il secondo calciatore dell’URSS a riuscirci.
Dopo le vicende del 1964, la politica internazionale tornò di nuovo a influenzare la nazionale di calcio dell’URSS. Per le qualificazioni ai Mondiali del 1974 in Germania Ovest si affrontarono nello spareggio l’Unione Sovietica e il Cile. Quando le due squadre nell’estate del 1973 si classificarono per lo spareggio, le due nazioni erano in ottimi rapporti, dato che il Presidente della repubblica cilena era il socialista Salvador Allende. Ma l’11 settembre, un colpo di Stato guidato da Augusto Pinochet, con cui venne deposto e ucciso Allende, cambiò le carte in tavola: i due Paesi da alleati divennero nemici, con l’URSS che condannò pubblicamente il golpe e ruppe le relazioni diplomatiche con il Cile. L’andata a Mosca si giocò normalmente: la giunta cilena decise di promuovere un’immagine di normalità. Ma per i sovietici era inaccettabile giocare nello stadio di Santiago, che il regime usava come campo di concentramento dove venivano torturati e giustiziati gli oppositori, e proposero alla FIFA di giocare di nuovo a Mosca o in campo neutro. La Federazione internazionale decise di inviare una commissione che aveva il compito di valutare la situazione. Nel rapporto ufficiale la commissione scrisse che “la vita scorreva normalmente”, che “i negozi erano aperti normalmente” e che all’interno dell’Estadio Nacional era stato istituito “un centro di orientamento per stranieri senza documenti” e che quindi si poteva giocare normalmente. L’URSS si rifiutò e per questo perse la partita a tavolino per 3-0. Non contenti, i vertici cileni organizzarono lo stesso una partita simbolica, senza avversari, nello stadio di Santiago, con i giocatori che furono costretti a passarsi la palla tra di loro fino a che il capitano Valdes non mise il pallone in rete a porta vuota.
Anni Ottanta
L’intervento sovietico in Afghanistan nel dicembre 1979 sancì la fine della distensione e l’inizio della piccola guerra fredda. L’invasione ebbe un riflesso anche nello sport, con la decisione degli USA di non partecipare alle Olimpiadi di Mosca del 1980.
Gli anni 80 si aprirono, inoltre, con la fondazione in Polonia del sindacato di Solidarnosc: assieme all’elezione di Giovanni Paolo II saranno due delle cause principali della caduta del regime sovietico. Si ebbero dei riflessi anche nel calcio. In particolare, durante la partita URSS-Polonia, valevole per la prima fase a gironi del Mondiale di Spagna del 1982, durante l’esecuzione dell’inno polacco vennero esposti da parte dei tifosi polacchi degli striscioni inneggianti a Solidarnosc. Questo episodio testimoniava di come la situazione nel regime sovietico stava diventando tesa e di come, ancora una volta, il calcio potesse influenzato dalla politica e come potesse essere usato da lei come cassa di risonanza.
Dal punto di vista dei club invece, la prima metà degli anni 80 vide la vittoria nel 1981 della Dinamo Tbilsi nella Coppa delle Coppe. Il campionato, invece, vide trionfare per la prima volta il Dnipro nel 1983 e lo Zenit Leningrado nel 1984.
Nel 1985 viene eletto come segretario del partito comunista sovietico Michail Gorbačëv, che diede l’avvio a una serie di riforme basate su perestrojka (ricostruzione), glasnost’ (trasparenza) e uskorenie (accelerazione). In particolare, la perestrojka sarà basata su tre concetti: l’accelerazione dello sviluppo sociale ed economico, la riforma dei meccanismi dell’economia e il riconoscimento delle necessità dei mutamenti radicali anche nelle relazioni socioeconomiche, legali e politiche. Tutto questo ebbe dei riflessi anche sul calcio sovietico.
Il 1986 è uno dei migliori anni del calcio sovietico. La solita Dinamo Kiev riesce a vincere per la seconda volta la Coppa delle Coppe, battendo nella finale di Lione gli spagnoli dell’Atletico Madrid con un secco 3-0 e destando una grande impressione per il gioco espresso. Stella di quella squadra era senza ombra di dubbio l’attaccante Igor Belanov al quale in quell’anno venne assegnato il Pallone d’Oro. Molti videro in questa scelta un premio al nuovo corso lanciato da Gorbacev: la popolarità del segretario generale del PCUS in Occidente era in continua ascesa, e secondo il giornalista Adalberto Bortolotti “i francesi avevano assegnato il riconoscimento sull’onda di un discutibile slancio emotivo”.
Con l’avvento della perestrojka nello sport inizia il fenomeno dei legionari: con questo termine i russi indicano gli sportivi stranieri che militano nelle loro squadre di club, ma vale anche per gli atleti russi che militano in formazioni straniere.
A dire il vero il primo legionario si ebbe nel 1981, con il trasferimento di Zincenko dallo Zenit Leningrado al Rapid Vienna. Il mondo del calcio austriaco andò a scontrarsi con una realtà totalmente sconosciuta: i giornalisti andavano spesso a parare sul fatto che in Russia vi erano nevi eterne e che gli orsi passeggiavano per strada; il Rapid addirittura gli concedeva una settimana di vacanze in più, perché in società erano convinti che raggiungesse la Russia con carri o slitte. Lo status di Zincenko era paragonato a quello di un ingegnere in trasferta all’estero e riceveva lo stipendio nella sede della rappresentanza commerciale sovietica. Di più non avrebbe potuto avere, ma il Rapid gli pagava i premi sottobanco. Anche se, alla fine, dei risparmi austriaci non gli rimase quasi nulla, dato che quando andava a portare la valuta in Unione Sovietica, gliela cambiavano subito in buoni del Vnespoyltorg (organizzazione dei prodotti esteri) per fare acquisti ai Berezka, i negozi in valuta. Però quel sistema è crollato dopo poco e in un’intervista Zincenko affermò che “quei buoni, per ricordo, ne conservo ancora un mucchio a casa”.
Per assistere alla vera emigrazione di giocatori sovietici si dovette attendere la fine del 1987, quando ci furono i passaggi di Gavrilov dal Lokomotiv Mosca ai finlandesi del PPT Pori e di Savlo dalla Torpedo Mosca al Rapid Vienna. Questi trasferimenti, rispetto a quello di Zincenko, furono il preludio di alcune riforme che, di lì a breve, avrebbero portato all’introduzione del professionismo nel calcio sovietico. I calciatori non potevano scegliere la squadra dove andare e, per quanto riguarda Gavrilov, lo stipendio era di 1000 dollari al mese (allora tetto massimo per un calciatore sovietico), più alloggio e una macchina. Molto probabilmente nello scegliere di nuovo il Rapid Vienna (dove inizialmente doveva approdare anche Gavrilov) influì il fatto che il club era sostenuto dall’influente giornale dei comunisti austriaci.
La normativa relativa al trasferimento all’estero degli atleti sovietici prevedeva che a sovrintendere il tutto fosse il Gos Sport Komitet, il quale opera attraverso il Sovintersport, una società che era la sola delegata a commercializzare le attività sportive dell’URSS. Il meccanismo che regolava il tutto era semplice, ma molto lungo nei tempi di attuazione: la società interessata a un determinato giocatore doveva presentare un’offerta al buio (nessun atleta aveva un prezzo determinato); se la controparte la riteneva accettabile, bene, altrimenti, in caso contrario, la trattativa cadeva automaticamente senza che il richiedente ne conoscesse la ragione. Condizioni essenziali a ogni trasferimento erano l’età (minimo ventotto anni) e la disponibilità, assicurata all’atto del contratto, del giocatore per l’attività internazionale.
Ritorno alle Olimpiadi
Dopo il boicottaggio delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 (e relativo boicottaggio degli americani a quelle di Mosca 1980), nel gennaio 1988 il Comitato Olimpico Nazionale sovietico decide di partecipare alle Olimpiadi, che si sarebbero tenuto a Seul quell’estate. In quel momento però era aperto un contenzioso tra Comitato Olimpico Internazionale e Corea del Nord sul numero di gare da tenere a Pyongyang: i secondi ne chiedevano otto, mentre il CIO aveva accettato per cinque discipline, per evitare fratture e relative rappresaglie in occasione dei Giochi. La decisione di Mosca di partecipare alle Olimpiadi, non subordinata ad alcuna condizione, venne perciò interpretata come avvallo all’operato del CIO e scatenò polemiche all’interno dei paesi comunisti, in particolare da parte di Cuba, con Castro che annunciò di persona la decisione di non partecipare, rendendo così pubblica l’esistenza di forti contrasti politici con Gorbaciov. Era quello il periodo della distensione tra USA e URSS e dei vari incontri tra Gorbaciov e Regan, con il primo che era stato negli Stati Uniti nel dicembre 87 e con il presidente americano che avrebbe “ricambiato il favore” andando a visitare Mosca nel maggio dell’88. La diplomazia internazionale della seconda metà degli anni 80, dunque, passa anche attraverso le Olimpiadi e lo sport. Già alle Olimpiadi invernali, tenutesi a Calgary nel febbraio 88, era stato possibile vedere gli atleti sovietici comportarsi in maniera “allegramente impeccabile”, solcando liberamente la città e cercando contatti con gli altri attraverso la lingua inglese. Tornando a Cuba che prendeva le distanze, secondo un funzionario del governo USA dell’epoca, confermava che L’Avana aveva speciali rapporti politico-militari con la Corea del Nord e che Castro e Gorbaciov erano in contrasto sulla politica internazionale. In particolare, l’URSS della perestrojka non avrebbe potuto più addossarsi tutto l’onere degli enormi aiuti economici e militari degli ultimi anni, come non avrebbe potuto più difendere i tentativi di Castro di esportare la rivoluzione nell’America Latina: era giunto il momento della stabilità internazionale e ciò comportava almeno il ridimensionamento delle crisi regionali.
Alla fine, a settembre si disputarono le prime Olimpiadi, dopo dodici anni, in cui poterono confrontarsi gli atleti di USA e URSS, con le “sole” defezioni di Corea del Nord, Cuba, Nicaragua, Etiopia, Albania, Seychelles e Madagascar. Per la prima volta, grazie al nuovo corso politico inaugurato dalla perestrojka, gli atleti sovietici che riuscirono a salire sul podio ricevettero un premio in denaro. Le Olimpiadi dimostrarono la superiorità dei paesi comunisti in ambito sportivo: il medagliere vide al primo posto l’Unione Sovietica, con 132 medaglie in totale (55 ori, 31 argenti e 46 bronzi), seguita dalla Germania Est con 102 medaglie (37 ori, 35 argenti e 30 bronzi). Secondo il dott. Georgij Raiport, psicologo, creatore del sistema di preparazione Metodo Russo di Successo, la superiorità del sistema sportivo sovietico era dovuta a quattro cose:
1. L’utilizzo del training autogeno, una tecnica che aiuta a usare umore e pensieri al fine di ottenere una prestazione atletica ottimale;
2. Lo studio della vita personale e sportiva degli avversari per capire come influenzarli psicologicamente;
3. La verifica del livello di forma fisica attraverso lo studio dei processi metabolici;
4. L’uso di cocktail di ossigeno e altre sostanze e procedure mediche eticamente dubbi.
Sempre secondo il dott. Raiport, i russi capirono che, mentre il corpo ha i suoi limiti naturali, il potenziale della mente è illimitato e che, inoltre, la Federazione sovietica si opponeva all’uso degli steroidi anabolizzanti per due ragioni: perché pensavano che indebolissero il fisico dell’atleta, abbreviandone la carriera, e perché pensavano di poter ottenere risultati identici con le tecniche psicologiche.
Contestualmente all’adesione alle Olimpiadi, in Unione Sovietica teneva ancora banco la questione relativa ai trasferimenti all’estero dei giocatori sovietici, argomento che era strettamente collegato all’introduzione del professionismo. La perestrojka, infatti, in ambito calcistico avrebbe significato: professionismo, creazione di squadre autosufficienti (finanziariamente autonome come le nuove imprese industriali), e, dunque, cessione ai ricchi club Occidentali dei giocatori migliori, per far quadrare i conti e sanare i bilanci in rosso. La prima società a diventare autonoma economicamente fu il Dnepr: le spese per gli ingaggi e le trasferte si dovevano compensare con la vendita dei biglietti, quella dei souvenir, dal sostegno dei tifosi e dalla pubblicità esibita sulle maglie.
La prima metà del 1988 fece registrare i trasferimenti all’estero di due monumenti del calcio sovietico, Blochin e Burjak: il primo venne ceduto al Vorwarts Steyr, società di seconda divisione austriaca, mentre il secondo ai finlandesi del KTP-85 Kemi, a conferma di come l’Austria e la Finlandia fossero le mete preferite delle autorità sovietiche per far giocare all’estero i propri calciatori. Nel caso del Vorwarts Steyr, la città era conosciuta per la sua vocazione operaia e per essere la sede della Puch, fabbrica di automobili e di moto leggere, mentre nel nome Vorwarts c’era un esplicito richiamo alla rivista socialista per la quale scrisse Marx.
Il tema del professionismo riguardava anche gli altri sport, in particolare l’hockey, dove l’URSS era un’autentica dominatrice (aveva vinto sette ori nelle ultime nove edizioni delle Olimpiadi). La Federazione di hockey sul ghiaccio consentì a una decina dei suoi giocatori di militare nelle squadre americane, inizialmente per una sola stagione. L’URSS era mossa da interessi finanziari: le sue federazioni sportive si erano resi conto di poter raccogliere cifre elevate in valuta pregiata, con cui realizzare i loro progetti e migliorare il loro livello. Il costo del “prestito” era di 100-200.000 dollari annui: la maggior parte di questo andava alla Federazione sovietica di hockey, mentre gli atleti venivano spesati e modestamente stipendiati dalle loro nuove squadre.
Intanto il dibattito sull’introduzione del professionismo nel calcio si faceva sempre più intenso. Nei primi giorni del mese di giugno, nel corso di una riunione del Comitato Centrale del PCUS, il numero due del Cremlino, Ligacev, presentò una relazione avente come oggetto la costituzione in Unione Sovietica di un sindacato dei calciatori: fu il primo passo per il riconoscimento dello status di professionisti dei giocatori, che fino a quel momento erano considerati dilettanti. La relazione ebbe un carattere rivoluzionario anche perché era la prima volta che il Comitato Centrale del PCUS si occupava di calcio. Un’operazione del genere faceva nascere delle considerazioni di carattere sportivo, in quanto sarebbero nati una serie di problemi legati al valore che le squadre sovietiche avrebbero necessariamente perso in campo internazionale e, di conseguenza, al decadimento del livello del campionato dell’URSS; inoltre, la nazionale avrebbe perso il blocco di giocatori della Dinamo Kiev, uno dei punti di forza della squadra allenata da Lobanovskij. Le società per finanziarsi, oltre al cedere giocatori e vendere magliette e souvenirs, poterono anche siglare contratti con trasmissioni TV: in questo senso nell’agosto dell’88 ci fu un accordo con la Fininvest di Berlusconi con il governo sovietico in fatto di pubblicità in TV e con la Dinamo Kiev per l’organizzazione di un torneo a Kiev. La svolta prevedeva, inoltre, una pensione per gli sportivi con più di venti anni di attività, l’aumento degli stipendi per i giocatori, l’istituzione di premi-squadra e l’aumento del rimborso spese per gli arbitri.
La perestrojka sportiva incontrò, ovviamente, consenso da parte degli occidentali. In un’intervista rilasciato nell’agosto dell’88, Enzo Bearzot, commissario tecnico della nazionale Campione del Mondo nel 1982, affermò che: “Cambiano, anche attraverso il calcio, i rapporti tra Est e Ovest. Sino a poco tempo fa quando ci incontravamo per una partita, nei loro alberghi c’era isolamento completo. Atmosfera cupa, riservatezza. Già nel giugno scorso era molto cambiato. Nel ritiro dei sovietici ho visto solo volti sorridenti.
Il 1988 fu anche l’anno del trasferimento del primo calciatore sovietico in una squadra di club italiana: infatti, a settembre approdò alla Juventus Alekasandr Zavarov, fantasista della Dinamo Kiev. Il passaggio di Zavarov in bianconero fu reso possibile dai buoni uffici dei quali godeva in quegli anni Gianni Agnelli con la nomenklatura dell’URSS: infatti, negli anni 60 alla FIAT avviò una collaborazione con il governo sovietico che portò alla costruzione a Togliatti (città russa nei pressi del Volga, rinominata così in onore dell’omonimo segretario del Partito Comunista italiano) della fabbrica di automobili Lada-Vaz e delle relative vetture che poi vennero prodotte in essa. I buoni rapporti dell’Avvocato si erano potuti già vedere con l’arrivo del polacco Boniek alla Juventus, che era riuscita da avere il tesseramento senza nessun tipo di problema, anche di carattere burocratico. La trattativa per Zavarov fu molto complicata e venne portata avanti in Unione Sovietica con la massima riservatezza. Il trequartista dichiarò che a lui venne chiesto solo se era disponibile a giocare per una squadra straniera, senza specificare dove, lui rispose di si e solo ad agosto seppe che avevano firmato un contratto con la Juventus. Quando arrivò in Italia scoprì che i giornali parlavano di quell’accordo da un mese e che, quindi, era stato l’ultimo a scoprirlo. Il costo del passaggio di Zavarov alla Juventus fu intorno ai 5 milioni di dollari, che vennero divisi fra la Dinamo Kiev, la Federcalcio sovietica e il Ministero dello Sport. La divisione degli introiti scatenò polemiche, con la Dinamo Kiev che minacciò di non cedere più alcun giocatore. Anche la retribuzione del giocatore generò discussione: lo stipendio previsto di soli 1200 dollari al mese (più una FIAT Tipo) suscitò le proteste del vice-presidente della FIFA Koloskov, che lamentò il fatto che un giocatore della sua classe in Italia guadagnava almeno 150.000 dollari l’anno. Zavarov fu oggetto di una grande attenzione mediatica da parte della stampa italiana, specialmente da quella scandalistica, che inventava fantomatiche “donne segrete” per lui. Di certo, non aiutava il fatto che la Juventus (non si sapeva se per ordine della autorità sovietiche o per convinzione propria) non permetteva che Zavarov concedesse interviste e questa pressione contribuì alle sue prestazioni negative in campo (a novembre contro il Lecce fu espulso per un fallo di reazione).
La seconda metà degli anni 80 ha rappresentato il miglior momento della storia della nazionale sovietica. Qualche mese prima dell’Europeo 1988, giocato in Germania Ovest, venne organizzato a Berlino Ovest un torneo in onore di Horst Dassler, patron dell’Adidas scomparso l’anno prima, a cui venne invitato anche l’URSS. Fu una sorta di premio di consolazione dato ai berlinesi per l’esclusione della città dalla mappa degli Europei, tributo che dovette pagare la Federcalcio tedesca ai Paesi dell’Est Europeo per ospitare la manifestazione: al momento dell’assegnazione (1985) non spirava ancora aria di perestrojka. Al torneo parteciparono URSS, Argentina, Svezia e Germania Ovest. La nazionale sovietica riuscì a battere i campioni del mondo argentini nella semifinale, ma in finale venne sconfitta dalla Svezia.
A giugno vennero giocati gli Europei. Durante la manifestazione si ebbero due avvenimenti epocali per il calcio sovietico. Il primo fu l’elargimento di premi partita ai giocatori della nazionale, grazie all’intervento diretto del ct Lobanovskij che decise di scrivere una lettera a Gorbacev. Il secondo, invece, fu il passaggio di Chidijatullin dallo Spartak Mosca ai francesi del Tolosa: fu il primo sovietico sotto i trent’anni a trasferirsi oltre la cortina di ferro e il primo a non trasferirsi in un club austriaco o finlandese. Per quanto riguarda il torneo, fu la prima partecipazione dell’URSS dall’edizione del 72. I sovietici, dopo aver battuto in semifinale l’Italia con un secco 2-0, riuscirono ad arrivare in finale, dove trovarono l’Olanda, che con le reti di Guillit e Van Basten riuscì a batterli. Se nel 1964 un identico risultato al torneo continentale era costato il posto al ct Beskov, questa volta a tutti i calciatori fu conferito il titolo di maestri emeriti dello sport. L’URSS giocò un bel calcio, che destò una grande impressione, ma anche qualche perplessità. In particolare, Bortolotti, sulle pagine del Guerin Sportivo, paragonando la situazione italiana a quella sovietica, disse che: “Da noi la legge del risultato impera spietata e potrebbe stritolare questi interpreti affascinanti di un calcio del domani. L’URSS può portare avanti un discorso particolare, proprio perché del tutto refrattaria alle influenze esterne. Credo che per Lebanovskij e gli altri il difficile cominci adesso, alle prese con le tentazioni, le esasperazioni e i continui ammiccamenti dell’Occidente consumista”.
Alle Olimpiadi di Seul di qualche mese dopo, la nazionale di calcio dell’Unione Sovietica riuscì a vincere l’oro, battendo in finale ai supplementari il Brasile (dopo aver affrontato per la prima volta nella sua storia, nei gironi, una rappresentativa calcistica degli Stati Uniti) e confermando l’ottimo stato di forma dello stato di tutte le sue selezioni. Infatti, nella seconda metà degli anni 80, il calcio sovietico per quanto riguarda le nazionali, toccò i massimi livelli della sua storia. Oltre all’oro olimpico e alla finale agli Europei dell’88, riuscì ad ottenere la vittoria ai Mondiali Under 16 del 1987 e agli Europei juniores dell’88.
Una delle conseguenze della perestrojka fu che si ebbe molta di più libertà di stampa: nacquero nuovi giornali e si iniziò a far luce su eventi del passato. Uno di questi furono i fatti legati alla partita di Coppa UEFA Spartak Mosca – Harlem disputata allo stadio Lenin il 20 ottobre 1982, dove, in base ai dati raccolti durante gli anni, morirono 66 persone. Quando accadde, sulla vicenda scese il silenzio. A parlarne fu solo la “Večernjaja Moskva” del giorno dopo, dicendo che “al termine della partita di calcio è accaduta una disgrazia. Fra i tifosi ci sono dei feriti”. Soltanto sette anni dopo, grazie al lavoro di due giornalisti del quotidiano “Sovetskij sport”, il grande pubblico poté sapere come erano andate veramente le cose: allo stadio era stata aperta una sola rampa di scale, per la volontà del personale di semplificarsi il lavoro; a partita quasi terminata i tifosi iniziarono ad uscire, con i poliziotti che li spingevano per far defluire più velocemente il flusso; quasi allo scadere lo Spartak segnò e molti spettatori vollero tornare su per vedere cosa fosse successo; la spinta verso il basso dei poliziotti e quella verso l’alto dei tifosi che volevano ritornare dentro, fecero sì che molti di loro vennero schiacciati; in un attimo lo stadio fu circondato da un cordone di polizia e truppe del Ministero degli Interni e venne isolato dal resto della città. A quei tempi era all’apice la lotta contro i tifosi e, nella versione ufficiale, la colpa venne fatta cadere tutta su di loro. Ai genitori dei tifosi morti che cercavano la verità venne detto che i colpevoli erano i figli stessi, rei di aver creato la situazione di tensione. Al processo venne riconosciuto come principale colpevole il capo della sicurezza dello stadio e il comportamento della polizia non fu sottoposto a nessuna valutazione.
Il 1989 fece registrare una vera e propria esplosione legionari sovietici grazie anche al passaggio della giurisdizione dei trasferimenti degli atleti all’estero dal Ministero dello Sport al club di appartenenza. Inoltre, ci fu la venuta del primo calciatore straniero in Unione Sovietica, seppur in una categoria minore: il bulgaro Minčev passò al Kryl’ja Sovetov, nella Serie C sovietica. Per quanto riguarda i risultati, nella stagione 89-90, solo il Dnepr riuscì ad arrivare ai quarti di finale di Coppa dei Campioni, venendo eliminato dal Benfica. Per tutte le altre squadre impegnate nelle coppe europee, a parte la Dinamo Kiev arrivata agli ottavi di Coppa UEFA, nessuna riuscì a superare il secondo turno preliminare.
L’inizio della fine
Il 9 novembre 1989 a Berlino Est, dopo che un membro dell’Ufficio politico dichiarò che le restrizioni sui viaggi all’estero non erano più in vigore, la folla si scagliò sul Muro. Era la fine del blocco socialista. La crisi si era aperta l’11 settembre, quando Budapest annunciò l’apertura dei suoi confini con l’Austria, spingendo migliaia di tedeschi orientali verso l’Ungheria. Pochi giorni dopo la caduta del muro di Berlino, crollava anche il regime del bulgaro Zivkov, mentre in Cecoslovacchia si compiva la rivoluzione di velluto. A fine anno cadde anche la dittatura di Ceausescu in Romania.
La caduta del muro ebbe, ovviamente, una notevole influenza sullo sport sovietico. Nel febbraio 1990, la Georgia e i suoi club annunciarono il ritiro dal campionato sovietico, seguita a ruota dalla Lituania. Il campionato passò così da sedici a tredici squadre, perdendo formazioni come la Dinamo Tbilsi, che era sempre stata presente e che era riuscita a vincere due titoli e due coppe dell’URSS, oltre al successo in Coppa delle Coppe del 1981. Senza poi dimenticare le numerose squadre presenti nei campionati inferiori, che ponevano serie problematiche per l’organizzazione di essi.
Intanto, le relazioni tra USA e URSS proseguivano all’insegna di una crescente distensione. A febbraio la nazionale di calcio dell’URSS si recò negli Stati Uniti per una tournée, dove, per la prima volta nella loro storia, si affrontarono le nazionali maggiori di USA e URSS: a Palo Alto, la formazione di Lobanovskij si impose con un netto 3-1.
Il Mondiale che si tenne in Italia nel 1990 è stato il primo grande evento sportivo a tenersi dopo la caduta del muro di Berlino. Il panorama internazionale era in preda a cambiamenti epocali, caratterizzato dall’imminente riunificazione tedesca e dall’accelerazione del processo di integrazione europeo. Il 1990, inoltre, fu l’anno della liberazione di Nelson Mandela dopo 27 anni di carcere, dell’elezione di Lech Welsa alla presidenza polacca, del Premio Nobel per la pace a Gorbaciov, mentre, durante il Mondiale, venne definitivamente smantellato a Berlino il Checkpoint Charlie, simbolo per quasi trent’anni della cortina di ferro calata sull’Europa.
Per la prima volta nella storia dei Mondiali, l’Unione Sovietica si presentò a questo appuntamento con alcuni giocatori che militavano con le loro squadre di club in campionati stranieri. Fu sorteggiata nel girone con Argentina, Camerun e Romania. Però, venne subito eliminata, risultando la sorpresa negativa del torneo. La partita contro la squadra di Maradona, inoltre vide le proteste dei sovietici per l’arbitraggio dello svedese Fredriksson, tacciato di essere anticomunista. Si trattò dell’ultimo mondiale giocato dall’URSS.
La decisione di non intervenire con la forza nell’Europa orientale fece da apripista ai movimenti separatisti delle altre repubbliche. Tra febbraio e marzo del 1991 nei Paesi baltici si tenne un referendum sull’indipendenza, dove il novanta percento votò a favore. Ad agosto ci fu un tentativo di colpo di stato, subito smantellato dal neo-eletto presidente russo Boris El’cin. Fu l’inizio della fine. Gorbacev firmò lo scioglimento del PCUS in Russia. A settembre venne riconosciuta la completa indipendenza di Estonia, Lituania e Lettonia e a dicembre ci fu il referendum sull’indipendenza in Ucraina. Venne poi fondata la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) che prese il posto dell’URSS. Il 25 dicembre, in diretta tv, Gorbacev annunciò le sue dimissioni. Il 31 l’Unione Sovietica cessò di esistere.
Con la dissoluzione dell’URSS di pose il problema dell’inserimento delle varie federazioni che sarebbero nate in seno all’UEFA. L’allora segretario Aigner affermò che “la UEFA non aveva preclusioni verso nessuno; solo che per farne parte era necessario che la nazione fosse indipendente, avesse un governo e un parlamento suoi, organizzi un campionato statale e possegga le necessarie infrastrutture”.
Il 1991 fu anche l’anno dell’ultimo campionato sovietico disputato, vinto dal CSKA Mosca. Il 13 novembre, allo stadio Larnak di Cipro, la nazionale sovietica giocò l’ultima partita della sua storia, riuscendo a sconfiggere i padroni di casa con il risultato di 3-0, assicurandosi l’accesso alla fase finale degli Europei del 1992, a cui però partecipò una nazionale denominata CSI, in rappresentanza dello spazio politico ex sovietico.
Arrivano i russi
L’eredità dell’URSS viene raccolta dalla Russia, sia dal punto di vista politico (per esempio con l’assegnazione del seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU) sia dal punto di vista sportivo (tramite un accordo con Ucraina e UEFA i posti nelle competizioni europee spettanti ai club sovietici vennero assegnati ai club russi).
Nel giugno 1991 fu eletto presidente della Russia Boris El’cin con cui furono intraprese delle riforme, tra cui la privatizzazione del settore pubblico e l’apertura al libero mercato. Le privatizzazioni spostarono per lo più il controllo delle imprese dagli enti statali a individui con legami governativi. Queste trasformazioni così radicali determinarono una grave crisi economica negli anni Novanta, caratterizzata dal calo del 50% del PIL. Quegli anni furono anche segnati da conflitti armati nel Caucaso del nord, sia con etnici locali sia con insurrezioni di islamisti separatisti. Le dimissioni di El’cin nel dicembre 1999, aprirono la strada alla presidenza di Vladimir Putin, che ancora oggi domina la politica del Paese. Inizia così un periodo molto più favorevole per la Russia, con una netta ripresa economica e un ritorno con un ruolo di protagonista sulla scena internazionale.
Il 16 agosto 1992 ci fu il “ritorno” della nazionale di calcio russa (esisteva prima della formazione dell’URSS e aveva partecipato anche alle Olimpiadi del 1912) con un’amichevole organizzata a Mosca contro il Messico e vinta per 2-0.
Nel 1992 si organizzò anche il primo campionato che venne disputato con le venti squadre russe che avrebbero partecipato quell’anno alla prima e seconda divisione sovietica, divise in due gironi. Nei due anni successivi il numero delle squadre scese prima a diciotto e poi definitivamente a sedici. Inevitabilmente, il livello di competitività dei club e dei campionati si abbassò. L’unica formazione a riuscire ad esprimersi ad un certo livello fu lo Spartak Mosca, che infatti si aggiudicò ben nove dei primi dieci campionati, riuscendo ad ottenere anche buoni risultati nelle coppe europee: nel 1996 arrivò ai quarti di finali della Champions League (ex Coppa dei Campioni) e nel 1998 riuscì ad arrivare alle semifinali della Coppa UEFA, eliminata dall’Inter del “Fenomeno” Ronaldo che poi avrebbe vinto il trofeo.
La privatizzazione dei club iniziò a inizio anni 2000. Con la crisi finanziaria del 1998 l’economia russa passò dall’essere basata sul settore bancario all’essere basata sulle industrie di risorse naturali, che iniziarono a investire sul calcio. Gli oligarchi prendono il controllo del calcio russo per avere protezione politica: loro investono nelle squadre e nelle infrastrutture e in cambio ottengono l’accesso a risorse e tutela. Nel 1995 spezza il dominio dello Spartak Mosca la vittoria di un piccolo club dal Caucaso del Sud: l’Alanija. Tutto questo fu possibile grazie agli investimenti economici del suo proprietario Galazov, presidente dell’Ossezia Settentrionale-Alania, che potevano essere un buono strumento di propaganda. Il modello dell’Alanija è stato copiato in altre due regioni del Caucaso, la Cecenia e il Dagestan, tristemente famose per il terrorismo e la guerra civile. Qui, il governo russo da un lato ha usato la forza militare e dall’altra ha facilitato investimenti in infrastrutture, soprattutto in quelle sportive. Il Terek, club di Grozny, capitale della Cecenia, era posseduto dal Presidente di quella regione, Akhmand Kadyrov. Con lui il club vinse nel 2004 la Coppa di Russia (unico club di seconda divisione a riuscirci) e ad ottenere la promozione nella Premier League russa (così era stata rinominata la massima divisione). Secondo i detrattori, dietro queste vittorie c’è stato il governo, accuse che sembrano confermate dal fatto che l’anno dopo il Terek fu retrocesso chiudendo il campionato all’ultimo posto. Alla morte di Kadyrov (ucciso con una bomba esplosa nella tribuna autorità dello stadio di Grozny), gli successe il figlio Ramzan, sia alla presidenza della Cecenia, che del club. Con lui la squadra riuscì a tornare in Premier League, venne costruito un nuovo stadio (intitolato al padre), vennero costruite nuove strutture di allenamento e vennero acquistati giocatori di livello internazionale. Come allenatore venne preso Ruud Gullit, cosa che fece guadagnare al club e al suo Presidente i titoli di tutti i giornali del mondo, di solito occupati da notizie di guerra e terrorismo per quanto riguarda la Cecenia. L’altro club a guadagnarsi i titoli dei giornali è stato l’Anzhi, squadra di Makhachkala, capitale del Dagestan, regione conosciuta per i conflitti tra l’esercito russo e vari gruppi islamici ribelli. Nel 2011 è stato acquistato dall’oligarca russo Suleiman Kerimov. Con lui il club ha acquistato giocatori come il brasiliano Roberto Carlo e il camerunense Samuel Eto’o (che allora divenne il calciatore con l’ingaggio più alto della storia del calcio). Gli investimenti di Kerimov avevano un motivo politico: molti osservatori notarono che aspirava ad essere il prossimo presidente del Dagestan. Dal 2013, però, il patron ha deciso per un netto taglio del budget (probabilmente a seguito delle gravi perdite subite dalla sua società), cosa che ha portato il club a perdere i giocatori migliori e a retrocedere in seconda divisione. Nel 2016 Kerimov vende il club a Osman Kadiev.
Sia il Terek che l’Anzhi sono entrambi dei veicoli politici: si suppone che i successi dei club possano mostrare al mondo che il Caucaso, per esempio, è diventato un posto sicuro, dove gli stranieri possono investire. Le vittorie calcistiche suonano meglio delle notizie di guerre e terrorismo. Il governo russo supporta tutte queste iniziative: è il Cremlino a gestire tutte queste situazioni e, infatti, per l’influenza che ha si parla di resovietizzazione dello sport.
Rispetto al campionato sovietico cambia la geografia delle vittorie, prima concentrare principalmente tra Mosca e Kiev (46 titoli su 54). Ora, a parte il caso prima citato dell’Alinja, ci sono state vittorie a Kazan e, soprattutto, a San Pietroburgo con lo Zenit, squadra della Gazprom, azienda petrolifera russa. Lo Zenit è riuscito a vincere ben cinque titoli negli ultimi dodici anni; inoltre, nel 2008 ha vinto anche la Coppa UEFA (altra squadra russa a riuscirci il CSKA nel 2005) e la Supercoppa Europea (primo club russo a riuscirci) oltre ad essere ormai una presenza fissa delle fasi a eliminazione diretta delle maggiori competizioni europee. Tutte queste vittorie hanno fatto si che il campionato russo riuscisse ad arrivare al settimo posto nel raking UEFA per campionati, dietro solo alle big-6 europee (Spagna, Inghilterra, Italia, Germania, Francia e Portogallo).
Per quanto riguarda la Nazionale di calcio i risultati sono stati altalentanti: non sempre è riuscita a qualificarsi ai Mondiali o agli Europei. I migliori risultati sono le semifinali agli Europei del 2008 e i quarti di finali ai Mondiali del 2018, giocati in casa e riusciti a raggiungere dopo aver eliminato la Spagna ai rigori negli ottavi di finale.